Toscano all’1,44%: il voto che resta fuori dai giochi
Quando il risultato numerico non esaurisce il significato politico. Francesco Toscano ottiene 1.085 voti: un voto fuori dalla logica del voto utile, che porta la critica al sistema politico dentro le procedure democratiche.
4 ottobre 2026 · 6 min di lettura
In 30 secondi
- Toscano ottiene 1.085 voti, l’1,44%: 1,34% a Reggio città, 1,56% negli altri 70 comuni.
- È un voto fuori dalla logica del voto utile: non cerca il vincitore, afferma una posizione.
- La critica al sistema resta dentro il processo democratico: non è solo protesta, è anche partecipazione.
Restare in superficie significa fermarsi a un dato: Francesco Toscano ottiene 1.085 voti, pari all’1,44%. Ed è, in effetti, dove ci eravamo fermati anche noi nelle prime analisi. Le sollecitazioni ricevute dopo le storie pubblicate nei giorni scorsi ci hanno però suggerito, giustamente, di tornare su quel risultato. Non per attribuire ai suoi elettori intenzioni che i numeri non possono dimostrare, ma per provare a comprendere il significato politico di una scelta che, proprio perché minoritaria e fuori dalla competizione per il seggio, rischia di essere liquidata troppo rapidamente. Come per gli altri candidati, il risultato finale non racconta tutto. Nel caso di Toscano, forse, la parte più interessante sta proprio in ciò che quell’1,44% non riesce a descrivere.
- Collegio, 71 comuni: 1,44%, 1.085 voti
- Reggio Calabria città: 1,34%, 530 voti
- Gli altri 70 comuni: 1,56%, 555 voti
Una stessa elezione, giochi differenti
Il collegio uninominale tende naturalmente a concentrare il voto sui candidati percepiti come realmente competitivi. Nelle Suppletive di Reggio Calabria la partita per il seggio si è concentrata soprattutto tra centrodestra e campo progressista. Per chi voleva incidere direttamente sull’elezione del nuovo deputato, la logica del cosiddetto “voto utile” tendeva quindi a restringere la scelta. Ma dentro la stessa consultazione si sono sovrapposte dinamiche differenti. Per Roscioli e Benedetto l’obiettivo era conquistare il seggio. Il voto a Giannetta aveva anche una funzione di misurazione: verificare per la prima volta nelle urne la consistenza di Futuro Nazionale e il suo possibile peso futuro. La candidatura di Toscano sembra invece collocarsi fuori da entrambe queste logiche. Non era competitiva per il seggio e non svolgeva la stessa funzione di misurazione di una nuova componente destinata a incidere immediatamente sugli equilibri di uno dei due schieramenti principali. Per questo il suo 1,44% richiede un metro di lettura differente.
Fuori dalla logica del voto utile
Scegliere Toscano significava votare una candidatura con possibilità estremamente ridotte di determinare direttamente l’assegnazione del seggio. Non significa che tutti i suoi elettori abbiano votato per la stessa ragione. Ma la collocazione politica della candidatura consente di osservare una scelta che rinuncia almeno in parte alla funzione tattica del voto. La scheda non viene utilizzata prioritariamente per scegliere chi può vincere, ma per affermare una posizione. Il voto può assumere così una funzione identitaria, testimoniale o di protesta, esprimendo distanza dalle alternative principali e dalla stessa logica secondo cui ogni consultazione debba ridursi alla scelta tra i candidati più competitivi. In questo senso, il voto a Toscano può essere letto come un voto fuori dal “gioco” del voto utile, più che come un tentativo di parteciparvi.
Una critica che resta dentro il processo democratico
C’è però un elemento più sottile. La proposta politica di Toscano esprime una critica radicale al funzionamento del sistema politico. Questa critica, però, non si traduce nel rifiuto dello strumento democratico. Presentare una candidatura, organizzare una campagna, investire tempo e risorse e chiedere agli elettori di esprimersi attraverso la scheda significa scegliere di portare quella contestazione dentro le procedure della democrazia rappresentativa.
È una distinzione importante.
La critica al sistema politico non coincide necessariamente con il disconoscimento del sistema democratico. In questo caso, la protesta cerca una legittimazione proprio attraverso il voto. Il paradosso è quindi interessante: si contesta il funzionamento del sistema, ma si riconosce nel processo democratico il luogo nel quale quella contestazione deve misurarsi. L’1,44%, da questo punto di vista, non è soltanto protesta. È anche partecipazione.
Toscano e l’astensione: due scelte diverse
Il confronto con l’astensione è inevitabile, soprattutto in una consultazione nella quale ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto. Ma le due scelte non sono equivalenti. Chi non vota decide, per ragioni che possono essere profondamente diverse, di non partecipare alla consultazione. Chi vota Toscano entra invece nel processo e utilizza la scheda per esprimere una distanza dall’offerta politica prevalente. Non è quindi possibile considerare gli astenuti come un potenziale bacino di Toscano. Sarebbe una forzatura. La contemporanea presenza di una forte astensione e di una candidatura collocata fuori dai due blocchi principali pone però una questione più ampia: quanto dell’elettorato non si riconosca più nelle forme tradizionali della rappresentanza politica.
Dalle appartenenze alle nuove forme di aggregazione
Per decenni i grandi partiti hanno organizzato il consenso attraverso appartenenze ideologiche, identità sociali, organizzazioni collettive e corpi intermedi. Quel sistema si è progressivamente indebolito. Sarebbe eccessivo sostenere che le ideologie siano state semplicemente sostituite dalle lobby. È però possibile osservare come il consenso si costruisca oggi anche attraverso reti amministrative, categorie economiche e sociali, leadership personali, interessi territoriali e gruppi organizzati. Le stesse Suppletive lo mostrano da prospettive differenti. L’analisi di Benedetto ha evidenziato il peso del radicamento territoriale e della capacità di mobilitare realmente una coalizione. Quella di Roscioli ha mostrato la forza delle reti politiche soprattutto nel capoluogo. Giannetta ha permesso di misurare una nuova offerta politica dentro uno spazio elettorale già strutturato. Toscano occupa invece una posizione differente: si colloca ai margini di questi principali meccanismi di aggregazione e proprio per questo permette di osservarli da un’altra prospettiva.
Il paradosso dell’1,44%
Dal punto di vista strettamente elettorale, il risultato è marginale. Ma non tutto ciò che è minoritario nei numeri è necessariamente privo di significato politico. Non possiamo sostenere che l’1,44% rappresenti un sentimento molto più ampio. Non abbiamo elementi per farlo. Possiamo però osservare che quei voti esprimono una scelta che non cerca il vincitore, non misura il peso di una corrente dentro una coalizione e non si adegua alla polarizzazione del voto utile. È una scelta che utilizza il voto per dire altro. Ed è proprio per questo che non può essere letta soltanto attraverso la distanza dal primo classificato. Una domanda sulla funzione stessa del voto. Le Suppletive pongono infine una questione che riguarda la consultazione nel suo complesso. Non abbiamo dedicato un approfondimento autonomo all’affluenza perché riteniamo riduttivo trasformare il 22,34% in un giudizio sul comportamento degli elettori. Attribuire semplicemente la bassa partecipazione a disinteresse o disaffezione rischierebbe infatti di spostare tutta la responsabilità sul cittadino, senza considerare quanto una consultazione suppletiva riesca realmente a entrare nella percezione pubblica: si elegge un solo parlamentare, in una fase avanzata della legislatura, attraverso un appuntamento elettorale spesso molto meno visibile di Politiche, Regionali o Comunali. Questo non significa giustificare l’astensione, né tantomeno demonizzarla. Significa evitare di attribuirle un significato politico unico che il dato, da solo, non può dimostrare. La domanda riguarda piuttosto il meccanismo stesso. L’elezione è pienamente legittima, ma resta possibile interrogarsi sull’opportunità di ricorrere a una nuova consultazione per sostituire un singolo parlamentare eletto in un collegio uninominale, considerando partecipazione, costi e funzione della rappresentanza. È peraltro una questione che potrebbe perdere rilevanza con una futura riforma elettorale. Il Parlamento sta esaminando un nuovo sistema che prevede la soppressione dei collegi uninominali; il Senato ha approvato il relativo testo il 15 settembre 2026. Se questo impianto entrasse definitivamente in vigore, verrebbe meno anche il presupposto dell’attuale modello di elezioni suppletive legato ai seggi uninominali. Anche questo tema resta distinto dal voto di Toscano. Ma aiuta a comprendere perché una stessa consultazione possa svolgere funzioni molto diverse: eleggere un parlamentare, misurare una nuova forza, manifestare appartenenza, esprimere protesta o utilizzare il voto come testimonianza politica. Ed è forse questo il punto più interessante dell’1,44%. Fermarsi a 1.085 voti significa registrare correttamente il risultato. Approfondirlo significa invece chiedersi perché, dentro una competizione fortemente polarizzata e con possibilità quasi nulle di incidere sull’elezione del deputato, 1.085 persone abbiano comunque scelto di partecipare e affidare proprio al voto la propria critica del sistema politico. Non è una risposta. È una domanda che quel risultato merita di porre.
È una riflessione che avremmo dovuto fare fin dall’inizio. Non lo abbiamo fatto, e ce ne scusiamo con chi ci segue e, soprattutto, con gli elettori di Toscano.
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